Alla scoperta della Serbia a bordo di Autobuska Stanika, la compagnia di bus locale. Da Belgrado, moderna porta tra oriente e occidente, in costante equilibrio tra socialismo e barbarie a Novi Sad, un mix di eleganza mitteleuropea e modernismo e poi Nis, con i suoi edifici decadenti e le strade piene di gioventù: la sorpresa del viaggio.

La partenza
Gia la decisione della meta è stata singolare. Ci siamo consultati, io e Ugo e nell’indecisione abbiamo fatto una domanda all’IA (l’intelligenza artificiale): “vorremmo fare un viaggio naturalistico e culturale, con esempi di brutalismo”. La risposta è stata: “la SERBIA”.
Così è iniziato tutto.


Non ci sono guide
Quando viaggio mi piace avere con me una guida cartacea, ma questa volta non ci sono riuscita. O meglio ho trovato la guida su Belgrado (Odos Librerie editrice 2018) ma non una guida della Serbia. “Vanno tutti a Belgrado, non c’è richiesta per il resto del paese”, mi ha risposto il libraio.

Autobuska Stanika
La scelta è stata quella di girare con i mezzi pubblici. Lo avevamo già fatto in Polonia e nelle repubbliche baltiche e c’era piaciuto molto. Certamente è un modo per capire il paese in cui ti trovi e conoscere meglio le persone che ci vivono.
Quindi: Autobuska Stanika che è la compagnia di autobus che fa viaggiare i serbi. I treni sono pochi e solo al nord anche per questo la maggior parte dei turisti si muove in macchina… ma la decisione era presa: in aereo fino a Belgrado poi bus per Novi Sad, per Nis e poi di nuovo per tornare a Belgrado.

Belgrado: brutalismo o barbarie
La capitale dell’ex Jugoslavia sa come affascinare il turista che si approccia a quella che ormai è una metropoli internazionale ma che fortunatamente non è stata ancora disumanizzata dall’overturism e mantiene fiera alcune caratteristiche: ad esempio, non avere dimenticato il proprio passato.


Belgrado, giorno 1
Trg Republike, le vie del centro, il parco Kalemegdan, la fortezza e Skadarska, il quartiere bohémien. Una giornata di passeggio per scoprire il cuore pulsante di Belgrado.
Tgr Republike (piazza della Repubblica), prima chiamata piazza del Teatro, dal 1946 è intitolata alla Repubblica Socialista. La piazza bellissima dove si trovano anche il Teatro nazionale e il palazzo Reunion, splendido esempio di modernismo.

Il nostro giro inizia da da Kneza Mihaila ulica, principale via pedonale, dove fare shopping ma anche comprare memorabilia e ogni tanto guardare in alto e lasciarsi incantare dai bellissimi palazzi fine secolo.
Procedendo lungo l’isola pedonale si finisce al Kalemegdan, il più importante parco cittadino dove si trova anche la fortezza di Belgrado che nel 400 d.C. era già parte dell’Impero Romano.



Ma qui la storia ha lasciato il segno e passeggiando non si può non restare incantati dalla stratificazione che le diverse epoche hanno lasciato.
La giornata non poteva che finire nel quartiere bohémien, Skadarska, questo sì piuttosto turistico e ricco di bar e storiche trattorie dove mangiare ricette tipiche. Il quartiere, appena fuori dalle mura cittadine, mantiene intatto il suo fascino antico nonostante sia chiara una parziale gentrificazione.

Belgrado, giorno #2
Oggi immersione nella storia della Jugoslavia socialista al Muzeja Jugoslavije, dove attraverso un bellissimo allestimento, è possibile scoprire la lotta del popolo serbo contro il nazifascismo.

Tra i cimeli esposti, fa una certa impressione l’esposizione sotto una svastica di un elmo militare tedesco a fianco ad uno italiano. Ma la storia è questa.




Prima di uscire visita alla Casa dei Fiori dove c’è il mausoleo del maresciallo Tito che giace in cima alla collina tra fiori e piante mentre in lontananza si vedono i palazzi del centro. Al comandante non potevano non regalare una stupenda vista della capitale.

Il museo è un po’ fuori dal centro e siamo andati in bus – da sottolineare che a Belgrado il trasporto pubblico è gratis.


Le ferite della NATO
Di ritorno in centro si prosegue esplorando angoli di città che raccontano anche la nostra storia.



A Belgrado, in pieno centro, a poca distanza dall’Hotel Hilton e dai palazzi governativi, resta lo scheletro del palazzo del ministero della difesa serbo che subì alcuni dei più violenti bombardamenti della NATO nel 1999. Gli aerei F-15 americani partirono da basi italiane. Primo ministro in carica all’epoca era Massimo D’Alema e ministro della difesa Sergio Mattarella che diedero il consenso all’uso delle basi nonostante la contrarietà dell’ONU. Le rovine dell’edificio sono state lasciate intatte a monito.
Novi Beograd, giorno #3
Il fascino controverso del brutalismo.
Seppur poco distante dal centro – 8/9 chilometri – arrivare dove avevamo fissato sarebbe iniziato il nostro giro nella Belgrado sovietica non è stato semplice perché il quartiere è in costruzione e non sempre google map capiva dove ci trovavamo tra i vari livelli stradali. Ma dopo diversi autobus e qualche camminata alla fine siamo riusciti a fare tutto.


Il quartiere è molto esteso – noi abbiamo scelto di andarci in bus e poi di camminare tra un viale e l’altro – è stato molto faticoso ma anche appagante. (La guida suggeriva di andarci in taxi ma vuoi mettere anche perdersi un po’…)
L’area dove oggi sorge la parte più nuova avveniristica della città, era una volta una landa desolata e malsana e fu solo dopo la seconda guerra che il partito comunista decise di bonificarla e di fare sorgere la città futura che fu poi costruita in appena due decenni.


L’architettura la fa da padrone e qui si incontrano gli edifici che hanno rappresentato l’utopia socialista.
Tra gli edifici iconici – purtroppo distrutti – c’è il famoso Hotel Jugoslavia, gioiello modernista costruito tra il 1960 e il 1969 da Tito per ospitare i capi di stato dei paesi non allineati e come simbolo della grandezza della Jugoslavia socialista, fu colpito da un bombardamento NATO nel 1999. Nonostante fosse ancora in parte utilizzato il suo destino è stato segnato.
Non riuscivamo a trovarlo – “impossibile, è enorme”, dicevo finche un locale ci ha detto che è stato buttato giù a inizio 2025.
Fortunatamente è invece ancora in piedi la torre Genex (dal nome del conglomerato jugoslavo che si occupava di export, costruzioni, turismo. In perfetto stile brutalista, la costruzione dell’edificio iniziò nel 1977 e terminò nel 1980, si compone di due torri (una abitata – o occupata – l’altra semi abbandonata) collegate da un ponte a due piani. Il tutto per 115 metri di altezza. L’edificio è anche chiamato la porta occidentale della città perché quando si va verso l’aeroporto ci appare davanti in tutta la sua magnificenza. Camminarci sotto fa una certa impressione: si è soggiogati dalla sua grandiosità ed eleganza e allo stesso tempo c’è un che di triste nel vedere lo stato di semi abbandono e di desolazione che lo circonda. Volendo su Booking si trovano delle stanze… per chi volesse provare l’ebbrezza di abitarci.



È stato invece un colpo di fortuna, del tutto casuale, la scoperta di quella che viene chiamata la porta orientale della città: il Rudo.
Ci siamo arrivati un pomeriggio che abbiamo deciso di salire su un tram e arrivare fino al capolinea per scoprire dove ci portava. E ci ha portato nella periferia orientale di Belgrado. Il complesso è composto da tre edifici di 28 piani, in condizioni decisamente migliori del Genex, anche se anche qui non mancano i segnali di abbandono soprattutto nelle parte esterne dove prima c’erano i giardini con i giochi per i bimbi che oggi versano in pessimo stato. Ad ogni modo sono ancora abitati da circa 1400 famiglie. Qui abbiamo anche conosciuto un giovane writer: Esak che stavo ricolorando appunto parte del grigio cemento che ci stava attorno.


Il simbolo di Belgrado: il condizionatore
Sarà che faceva caldo, caldissimo ma la cosa che mi ha più colpito è stata la presenza dei condizionatori. Non c’era finestra senza sotto, appeso, un condizionatore. Poteva essere un palazzo antico, moderno, una facciata appena rifatta o decadente. Lui c’era. Come tanti alveari a ridisegnare le facciate di ogni palazzo.


Si parte: destinazione Novi Sad.
Questo primo biglietto lo avevo comprato on line dall’Italia. Arrivati in stazione – a Novi Beograd – la sorpresa è che per entrare bisogna fare un biglietto (cifra irrisoria, vabbè) e per caricare le valigie sul pullman bisogna farne un altro!

Superate le prime difficoltà: abbiamo pensato volessero fregarci! (riflesso pavloviano dell’italiano all’estero) abbiamo capito che se il biglietto lo si fa in stazione viene inserito automaticamente tutto e non si paga più ogni volta. Quindi ogni volta che arrivavamo in una città compravamo il biglietto per la tratta successiva. Si parte, il bus è tutto pieno. Meno male che avevamo comprato il biglietto giorni prima e siamo arrivati con largo anticipo perché i posti non sono prenotati o chi prima arriva… meglio alloggia. Vabbè comunque tra Belgrado e Novi Sad partono molti bus…
Novi Sad

La stazione dei bus si trova a pochi chilometri dal centro – che si raggiunge in mezz’ora a piedi – e come tutte le zone periferiche non è particolarmente accogliente ma qui c’e anche il mercato pubblico che merita una visita, noi lo abbiamo visto velocemente perché sempre di fretta, tra una corsa e l’altra.


Novi Sad è la seconda tappa del nostro viaggio in Serbia.

I Balcani si allontanano ed emerge un’atmosfera mitteleuropea e cosmopolita. Grandi piazze ed edifici color pastello, eleganti caffè, parchi verdissimi dove le persone si godono il fresco e la musica di chi suona ad ogni angolo e poi lo Strand, la spiaggia bianca sul Danubio (verde) dove – unici foresti – ci siamo coraggiosamente tuffati (il caldo torrido non ci ha dato alternativa).

Novi Sad è completamente diversa da Belgrado, più europea e ricca, qui si svolge anche il più famoso festival musicale della Serbia: Exit, eppure anche questa cittadina trasuda storia.


Dalla fortezza di Petrovaradin, una delle più estese d’Europa, agli eleganti palazzi del periodo di dominazione asburgica e il Modernismo del periodo della Yugoslavia socialista.



Anche qui restano i segni dei bombardamenti della NATO: dal Danubio emergono le rovine di uni dei ponti che collegava le due parti di città.

Nei nostri tre giorni a Novi Sad non poteva mancare un giro in bicicletta lungo il Danubio e qualche degustazione di vini locali!
In realtà due giorni bastano abbondantemente per visitare Novi Sad ma io avevo letto che i dintorni (la Vojvodina) valeva la pensa farci una gita.


Sremski Karlovci è un piccolo gioiello immerso nella campagna della Vojvodina, contornato da vigne e prati e basse colline. Una grande piazza con intorno antichi edifici e alcune vie che salgono in collina dove si trovano diversi aziende vitivinicole.

Panorama di Sremski Karlovci
Non ci speravamo proprio che alle 14 circa qualcuno – senza appuntamento – ci avrebbe aperto e invece abbiamo bussato alla porta di Vinarija Kurjak dove per l’appunto ci invitava a farlo e abbiamo potuto degustare due dei suoi vini: Bermet bianco e bermet rosso. Il Bermet si produce esclusivamente con le uve dei vigneti delle pendici di Fruska Gora (che il parco ao piedi di Sremski Karlovc. Ed è un vino particolare perché arricchiti da 24 a 26 specie di erbe aromatiche, quando lo abbiamo assaggiato ci è sembrato un po’ simile a un vermut.
L’emozione è stata grande perché questo vino – prodotto da pochissimi produttori non si beve facilmente eppure ha una notevole fama: ed esempio si dice si trovasse anche a bordo del Titanic tra i più famosi vini francesi.


Dopo la visita alla cantina però abbiamo continuato a degustare vini serbi nell’osteria della piazza. Nonostante il caldo siamo riusciti a portare a termine un notevole lavoro.
Nis, porta tra oriente e occidente
La città anticamente porta tra oriente e Occidente è stata la sorpresa del viaggio. Scesi alla stazione del bus dopo un viaggio di quasi 5 ore ci ha accolto un’atmosfera da città medio orientale.

Più simile a Belgrado che a Novi Sad, con i suoi edifici dalle facciate disordinate e spesso decadenti, è piena di locali e giovani a tutte le ore del giorno. In effetti le occasioni per stare in giro non mancano. Parchi e giardini con panchine e luoghi dove suonare, bere e chiacchierare in compagnia, non solo dentro i locali.

Le due passeggiate che costeggiano il fiume Niseva (che ha dato il nome alla città).


L’antica fortezza di Nis, costruita dai Turchi nel XVIII secolo e oggi è un parco pubblico dove passeggiare al fresco. Ma la città che abbiamo scoperto è una delle più antiche della Serbia e ha dato anche i natali a Costantino il grande e nel sito di Mediana è possibile visitare i resti della sua villa ( i mosaici).


Impressionante la visita alla Torre dei teschi a Cegar hill dove nel 1809 i serbi insorsero contro gli ottomani, furono sconfitti e con i teschi dei ribelli serbi i turchi eressero la torre da subito diventata simbolo di ribellione e tristemente famosa nel mondo, già dal secolo scorso.


Non è grande come Auschwitz e Birchenau, ma altrettanto devastante il campo di concentramento di Nis dove dal 1941 al 1944 i nazisti imprigionarono oltre 15mila serbi ebrei, comunisti, rom. Carte, documenti, fotografie sono state preservate fortunosamente perché prima della fuga i nazisti provarono a bruciare tutto e sono parte della mostra ospitata nell’edificio-prigione. Davanti al muro ancora sbrecciato dove i nazisti giustiziavano chi provava a fuggire dal campo, sono collocate due targhe in memoria delle vittime.



Per ricordare gli oltre 10mila morti sulla collina di Bubanj – dopo la seconda guerra mondiale – è stato eretto un monumento in cemento grezzo (in stile brutalista) con tre pugni che si innalzano in cielo che simboleggiano la resistenza del popolo serbo ai nazisti. Nello stesso luogo venivano giustiziati i ribelli.



In città tra case e strade a volte un po’ fatiscenti, bar e caffè pieni di giovanissimi e famiglie con bambini, si incontrano cani e gatti che gironzolano liberi e indifferenti a tutto il trambusto che ruota loro intorno. Anche nelle città – quando non si andava a piedi – abbiamo sempre usato tram e bus – tra l’altro a Belgrado e Nis sono gratuiti per tutti, turisti compresi.


Dopo le tre giornate a sud abbiamo ripreso la nostra Atubuska e dopo circa quattro ore siamo tornati a Belgrado per un’ultima giornata prima della partenza. L’ultima giornata la abbiamo dedicata a Zemun, ormai sobborgo di Belgrado (dista circa 10 chilometri) ma dallo stile completamente diverso. Si riprende il bus, destinazione Zemun.
Antico e moderno si fondono tra architetture mitteleuropee ed edifici modernisti. Il più bello è il palazzo dell’aeronautica del 1932 con una statua che raffigura Icaro su un lato, purtroppo oggi abbandonato dopo essere gravemente danneggiato dai bombardamenti della NATO del 1999.

La visita si è conclusa con una bella passeggiata e la visita al parco cittadino ma nessun bagno nel Danubio, questa volta.
In lontananza si vedono alcuni edifici brutalità che occupano lo skyline cittadino e sembrano quasi specchiarsi dalle quiete acqua del Danubio. La vita procede lenta in questo piccolo borgo, arriva qualche turista, ma per lo più sono giovani coppie che passeggiano e vanno a prendere un po di fresco al parco.


Il viaggio in Serbia è finito. Siamo soddisfatti perché abbiamo scoperto un paese fiero ricco di storia e accogliente. Non essendo ancora arrivato l’euro per noi italiani è ancora “conveniente” nel senso che con 4 euro bevi una buona birra e con 15/20 euro mangi al ristorante. Purtroppo si mangia praticamente solo carne, ecco questo è stato un po’ un problema. Però le città sono piene di giovani, nei parchi ci si può sdraiare, diversamente da Genova, ci sono i locali ma anche spazi dove stare all’aperto e passarsi qualche ora. Fuori da Belgrado ci sono molti cani e gatti randagi, anche se opterei per la parola liberi. Nel senso che girano in tutta tranquillità, a volte sei seduto al bar e ti vengono vicino, non sono aggressivi e non chiedono cibo, probabilmente gilene danno perché sono tutti ben pasciuti. Non hanno paura della gente, ci vivono in mezzo. Sembra senza problemi. Sono rimasta un po’ stupita all’inizio, poi forse, penso, meglio liberi che chiusi in un edificio angusto. Sembravano stare bene così. Certo era estate, non so cosa succeda in inverno.
Infine mi chiedo perché non ci sia una guida della Serbia, perché vale proprio la pena andarci.

